I contagi in Italia e in tutta Europa sono in forte crescita. Non si sono risparmiati gli appelli alla responsabilità soprattutto ai giovani senza mascherina che in queste settimane estive si sono accalcati in spiagge e discoteche senza rispettare il distanziamento sociale.

Dobbiamo però decidere se questo virus esiste oppure no.Perché se esiste allora non si sacrificano le stringenti direttive con cui si è evitata in parte una catastrofe sull’altare del profitto e della ripresa economica.

Cosa c’è in città? Chi semina vento raccoglie tempesta.

Nelle nostre città gli spazi di socialità che esistono sono solo discoteche, dove sei in gruppo ma sei solo, in mezzo al frastuono. Già prima del lockdown non rispettavano norme di sicurezza per garantire il più alto profitto possibile. Non esiste alternativa alla consumazione di massa, possiamo anche dirci che la colpa è dei giovani irresponsabili che si sentono immortali ma ci stiamo nascondendo dietro un dito.

Avevamo una grande occasione, quella di riprogettare la socialità. Se non sono mancati comitati scientifici sono mancate delle cabine di regia nazionali. Operatori dello spettacolo, direttori artistici dovevano confrontarsi per ragionare un modo diverso di stare insieme. Si doveva garantire il distanziamento e un divertimento non fatto solo di consumazione. Le nostre città, forse più di prima, si sono svuotate se c’è poco da vedere o riempite, senza venire incontro ai costi di sanificazione che lo Stato avrebbe dovuto garantire, costringendo molti piccoli gestori a rimanere chiusi o a violare le norme.

Di chi è la colpa allora?

Si potrà dire che la responsabilità di questi nuovi focolai è dei gestori dei locali, dei grandi assembramenti, del comportamento individuale. In tutti i casi si avrà ragione, avremo finalmente un nuovo nemico a cui addossare la colpa. La verità è che non siamo stati in grado come società di reagire collettivamente. Il ritorno alla normalità si è scontrato con un mondo profondamente cambiato da questa pandemia.

Se è vero che dovremmo convivere a lungo con questo virus, è vero anche che gli spazi d’aggregazione, i luoghi di lavoro, la scuola, i trasporti vanno riprogettati e servono luoghi per farlo, dall’assemblea di quartiere fino alle cabine di regia nazionali.

Tutto questo non è una giustificazione. Siamo impressionati dalla superficialità con cui molti giovani stanno affrontando queste settimane e ci sentiamo direttamente responsabili. C’è bisogno di tornare a scuola per bucare questa bolla in cui ci sentiamo immortali, invincibili o semplicemente soli, ma bisogna farlo diversamente. Non col timore della relazione col prossimo perché, chissà, magari è positivo. Ma con la propensione al dialogo e alla solidarietà, con tutti gli strumenti di protezione necessari.

Giovani Irresponsabili?
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