La nostra generazione ha scolpita ormai sulla pelle la parola ingiustizia, non è la prima crisi che subiamo né l’ultima che attraverseremo: serve un progetto per il futuro del nostro Paese ora, prima di soffocare nelle disuguaglianze.

Il governo “giallorosso” è nato come argine al delirio politico estivo di Matteo Salvini che, se ricordiamo, aprì la crisi di governo per capitalizzare un consenso elettorale che lo vedeva quasi al 40%. Una coalizione di governo senza una condivisione di strategia politica ma unita dalla necessità di arginare l’eventualità di un voto estivo durante importanti incontri sul piano europeo che rischiavano di presentare il nostro Paese senza una maggioranza qualificata da far sedere a quei tavoli.

Per mesi infatti abbiamo assistito alla classica litania da ceto politico: ogni partito di maggioranza bombardava i mass-media di proposta e polemica politica per pesare i propri numeri durante il processo di costituzione del nuovo Consiglio dei Ministri. Abbiamo assistito alla scissione dell’ala renziana del Partito Democratico, alle dimissioni di Luigi Di Maio come capo politico del Movimento 5 Stelle e alle fumose dichiarazioni di Nicola Zingaretti sul nuovo progetto politico legato al centrosinistra. 

Nel frattempo, la figura di Giuseppe Conte, da sempre caratterizzata da una postura istituzionale e non politica-partitica, sin dalle sue dimissioni da Capo del governo “gialloverde”, risultava l’unica degna di nota per l’elettorato filo-governativo. 

Con l’esplosione della pandemia da Covid-19 il Presidente del Consiglio ha assunto il ruolo di garante della tenuta sociale ed economica del Paese, nonostante i continui screzi tra le componenti del Governo. 

Se in una prima fase sembrava possibile una collaborazione tra maggioranza e opposizioni per dare agli occhi del mondo un’assunzione generale di responsabilità da parte della politica, con il prolungamento del lockdown (arrivato in ritardo secondo molti) e con esso il blocco della produzione in difesa della salute dei lavoratori impiegati in settori non essenziali (che invece non hanno mai chiuso e nei quali bisognerà capire la tenuta delle direttive governative volte alla tutela della salute  nel posto di lavoro) sia le opposizioni che Italia Viva hanno iniziato una polemica politica volta ad una riapertura generale per tutelare il mondo dell’impresa.

Possiamo dirci che il Governo, spaventato dal crollo della produzione e del PIL, ha accelerato il piano di riapertura e sarà la storia eventualmente a confermare l’azzardo di una Politica che, a causa dei vincoli di spesa pubblica imposti dalle crisi precedenti, prorogati e non abrogati, cosa che invece noi chiediamo da tempo, sta provando a tutelare gli interessi di tutti senza riuscire a dare un chiaro indirizzo ideologico all’iniziativa governativa. 

Quanto pesano i privati rispetto ai sistemi pubblici e statali?

Quando un’epidemia colpisce un Paese liberale e capitalista come l’Italia, torna la prepotenza dei rapporti di forza dei potenti: una storia vecchia e attuale, tanto quanto la brama dei profitti.

Che senso ha starsene a casa nel pomeriggio quando di mattina ci si ammassa nei mezzi pubblici e sui luoghi di lavoro, per poi tornare a casa e contagiare la famiglia?

Infatti, quando poi su spinta dei sindacati dei lavoratori il governo ha iniziato a lavorare al decreto “chiudi Italia”, le pressioni di Confindustria, la principale associazione di industriali d’Italia, hanno rallentato i tempi del decreto aggravando ancora di più la situazione. A contrattazione chiusa, la “letterina” di Boccia al Governo, con una dinamica scandalosa, ha avuto l’effetto di allungare a dismisura la lista delle attività considerate essenziali, al punto di includere la produzione di carta da parati e la riparazione delle altalene. Solo la minaccia di uno sciopero generale di tutte le categorie unitario dei tre sindacati più rappresentativi ha portato alla riduzione di tale lista alle attività effettivamente essenziali.

Questo episodio è solo la punta dell’iceberg di un problema enorme: il potere decisionale del padronato nel nostro Paese e i suoi risvolti deleteri in una crisi come questa.

Nel nostro assetto liberista il profitto viene mascherato da sviluppo e difesa del lavoro, dunque la salvaguardia delle ragioni di chi ha bisogno di estrarre profitto viene vista come essenziale per non far cadere il Paese nella crisi. Il capitale è riuscito ad imporre il pensiero unico per cui l’unica modalità per creare sviluppo e benessere, anche per la classe lavoratrice, è affidarsi al mercato ed alle imprese che guidate dal profitto tramite la “trickle-down economy” – sussistenza alle classi già più agiate per il mantenimento di quelle più povere – riusciranno ad assicurare benessere a tutti. 

In questo modo il peso degli industriali è enorme, al punto di far citare a Giuseppe Conte in conferenza stampa, accanto al diritto alla salute, il “diritto” alla libera iniziativa economica: anche nelle parole del Presidente, il profitto è una questione assolutamente prioritaria.

La Confindustria, dopo essere stata mandante del Jobs Act, continua quindi ad esercitare un peso enorme nella definizione delle politiche del nostro Paese, guidandolo verso uno sviluppo finalizzato al profitto dei padroni invece che al benessere dei lavoratori, della popolazione e dell’ambiente.

Quindi sembra scontato che la gestione della crisi debba essere svolta secondo l’interesse dei privati e che il compito della ripresa vada affidato a loro: dando alle imprese, tramite differenti strumenti, le agevolazioni ed i finanziamenti necessari a restare aperti e rilanciare l’economia ma affidando interamente a loro gli indirizzi e le modalità della ripresa, chiaramente senza menzionare neanche per sbaglio la tutela dei lavoratori, ma soprattutto senza sindacare nel merito delle scelte economiche.

Confindustria sta quindi esercitando il suo peso sulla politica al fine controllare totalmente sull’economia post-crisi al punto di proporre al Governo un tavolo di concertazione per affrontare l’aspetto economico dell’emergenza, un “Comitato Nazionale per la Tutela del Lavoro”, in cui, secondo Confindustria, dovrebbero mancare gli unici realmente interessati all’argomento: i lavoratori.

Questo in una situazione in cui è evidente quanto il mancato controllo pubblico dell’industria e dei servizi ci hanno indeboliti nell’affrontare l’epidemia. 

Le ricette degli industriali hanno dimostrato essere fallimentari; il disinvestimento nella sanità pubblica, per privilegiare quella privata, è solo l’aspetto più grave: la mancanza di una programmazione nazionale, ordinaria e previsionale per le emergenze, dei beni essenziali ad affrontare la crisi sanitaria (apparecchiature mediche, dispositivi di protezione individuale,…) ci ha posti nelle condizioni di elemosinare le mascherine alle potenze straniere, la mancanza di una politica industriale ha impedito, tra le varie cose, un’individuazione repentina dei settori da tenere aperti.

Quale ruolo ha lo Stato, quindi, e quale dovrebbe avere?

In un sistema globalizzato di interconnessioni bancarie e di interdipendenza finanziaria è necessario ragionare in termini di intreccio tra problematiche strutturali e problematiche congiunturali per partorire una fertile idea complessiva. L’attuale crisi economica e sanitaria ha messo in evidenza la marginalizzazione dello Stato nei processi economici e ha fatto emergere la dimensione di una cultura subalterna che si è posizionata a lungo in un raggio di dipendenza ad una cultura dominante. Oggi lo Stato è una particella che rimane legata alle dipendenze di un nucleo formato da multinazionali e privati.

La recentissima misura economica nota come “Decreto Rilancio” ha dimostrato quanto negli anni la retorica spicciola del “non ci sono i soldi per finanziare il welfare e il tessuto produttivo con interventi statali” non sia frutto di scientificità politica ma di un modello economico, lo stesso che ha partorito l’austerity, che non riconosce allo Stato un ruolo centrale. Lo Stato serve e quando si approvano misure anche timidamente stataliste ne riconosciamo il senso.

Ci rendiamo conto che molte delle misure contenute nel decreto non siano la risoluzione di tutti i mali, intrinsechi da sempre nel nostro Paese, ma siamo consapevoli che sono i punti su cui, attraverso la pressione delle organizzazioni che rappresentano le categorie più a rischio in una fase recessiva, abbiamo la responsabilità di ingaggiare una battaglia politica: riconversione ecologica del modello di sviluppo, investimento sulla formazione in ottica trasformativa del senso dello studio nella nostra società (non si studia per studiare ma per risolvere i problemi), reddito e lavoro per strappare dalle mani della criminalità organizzata o del padrone straccione lavoratori a nero, ristoratori a rischio strozzinaggio, studenti a rischio dispersione scolastica.

Insomma, l’intervento pubblico dello Stato deve sicuramente tradursi come traino dalla fuoriuscita della crisi e come rilancio della crescita ma deve anche avere la capacità di ricostruzione sostanziale dell’assetto della crescita, in una fase in cui non si tratta solo di uscire dalla crisi e rilanciare la crescita, ma anche di cambiarne qualità e natura

Costruire questo nuovo percorso significa avere la capacità di riuscire ad immaginare un’idea concreta ed alternativa al sistema attuale: non vogliamo ritornare alla normalità perché la normalità era il problema!

Dobbiamo inoltre necessariamente guardare oltre un sistema di previdenza sociale che risponde con congruenza a logiche assistenzialistiche, gettando lo sguardo oltre i sussidi e i trasferimenti monetari come misure tampone e ridando al lavoro una sua caratterizzazione centrale: creazione diretta di lavoro e creazione di salari, non di redditi come sussidi.

Il rachet effect, l’effetto a cricchetto, ovvero la capacità di invertire i processi umani dopo crisi e fenomeni specifici, inverte anche l’ordine dei fattori economici: non è la crescita quantitativa che genera lavoro, è la creazione di lavoro che determina una crescita qualitativa.

Se in periodo post-crisi, la marginalizzazione dell’operatore pubblico si accentuasse e il privato riassumesse la sua indiscutibile e assoluta posizione di centralità, se ritornasse con dominazione la grammatica politica della supply side economics tipica della destra impostata sul “meno tasse, meno Stato, più mercato” che considera la spesa pubblica il nemico e il perimetro pubblico quella particella da subordinare e far arretrare tramite le privatizzazioni, le politiche di aziendalizzazione e la flessibilizzazione tipica dell’austerità autodistruttiva di marca tedesca, avremo manovre politiche povere che invece di dare centralità ad una ricrescita di natura sostanziale e sociale, si articolerebbero sul reddito da capitale, aumentando di fatto le disuguaglianze nei redditi. 

Se gli attori della politica economica monetaria dominante determinassero nel medio termine e nell’immediato dopo crisi l’affermazione prevaricante di un pareggio di bilancio, ci troveremo ad affrontare il volto spaventoso della pressione deflattiva, della stagnazione economica, della cristallizzazione del credito, dell’inelasticità degli operatori nell’economia reale e dell’abbassamento dei redditi.

Il “meno Stato, più mercato” creerebbe disavanzi e deficit che aumenterebbero in un circolo vizioso a causa della depressione di occupazione, redditi, produzione e investimenti, senza offrire alcuna contropartita come infrastruttura materiale o sociale.

I disavanzi “buoni” sono quelli trainati dal big push del settore pubblico, quelli voluti e pianificati ex ante, che produrrebbero un insieme di risorse tangibili e intangibili, non solo in infrastrutture concrete e materiali, ma anche in investimenti a ricerca, sanità e istruzione, con ritorni economici nel lungo termine per circolarità economica. 

Ecco perché nella trama progettuale e nel ruolo dello Stato come operatore pubblico che direziona gli investimenti ad alta intensità lavorativa, va reinserita la discriminante destra/sinistra nello sviluppo dei beni pubblici, dei beni sociali, dei beni comuni. Il ruolo dello Stato oggi è sicuramente necessario per la fuoriuscita dalla crisi, ma non può mantenere in piedi il protagonismo delle privatizzazioni che ha creato quelle stesse ferite che oggi l’operatore pubblico sta risanando e ricucendo e che renderebbe la classe dirigente e lo Stato, subito dopo aver ricucito queste ferite, nuovamente subalterno ad esso.

La centralità nella regolamentazione dei processi economici e nella eliminazione delle speculazioni e delle ultra-speculazioni dei privati deve essere assunta dal governo nella fase che si prospetta. 

La riassunzione da parte del pubblico di una posizione di centralità nella pianificazione economica deve essere ragionata nei termini di questa fase, che come detto, richiede una reimmaginazione radicale e strutturale della qualità e della natura della ricrescita. Il capitalismo monopolistico di Stato o un industrialismo di Stato lascerebbero buchi enormi nel welfare e non risolverebbero le incongruenze sociali con un vero e proprio riassetto dei rapporti di forza.

Piuttosto il ruolo dello Stato che oggi si ferma ad una politica di sussidi monetari e di riduzioni fiscali, deve assumersi la responsabilità di costruire la strada per l’elaborazione di investimenti che migliorino la qualità strutturale dell’economia in un’ottica di lungo periodo, ragionando in termini di ricomposizione di un prodotto che sia socialmente utile, intervenendo direttamente su strutture produttive ed infrastrutture producendo valori d’uso sociali e che tramite la pianificazione possa dare direzione, volume e sostanza agli investimenti, eliminando instabilità finanziaria, disoccupazione cronica e disuguaglianze sociali.

Nella grande incertezza storica che stiamo vivendo, la questione di come sia vissuto questo particolare momento nei luoghi di lavoro, non può essere di secondo piano se riteniamo imprescindibile la lotta condivisa fra lavoratori e studenti. Negli ultimi 50 anni c’è stato una progressiva frammentazione delle battaglie della classe lavoratrice e di quella studentesca nonostante le condizioni materiali di partenza trovino basi di disuguaglianza spesso comune. Parallelamente, nei processi disintermediazione delle parti sociali e di sfiducia nella rappresentanza, è rimasta impigliata anche la capacità mobilitativa e di conflitto di entrambe le parti, con dovute differenze certamente di ruolo sociale. La fase attuale ci impone però dei passi in avanti nell’accelerare la ricostruzione di tale sodalizio.

Il primo aspetto che ha investito i luoghi di lavoro riguarda il blocco delle produzioni non necessarie che ha messo in luce tanto la facilità con la quale si sacrificano i lavoratori sull’altare del profitto privato tanto il peso che il padronato assume nei processi decisionali. Dall’altra parte questa situazione di difficoltà ha rinvigorito la forza dei lavoratori organizzati che sono riusciti ad ottenere il lockdown tramite i molteplici scioperi di settore e le contrattazioni sindacali con il Governo.

Il lockdown però non significa vittoria assoluta per i lavoratori: ci troviamo di fronte all’esplosione ancora più feroce di tutte le contraddizioni già esistenti sui luoghi di lavoro.

Tutti i lavoratori a tempo determinato vedono sopra la propria testa la spada di Damocle della data di riapertura con il rischio di un mancato rinnovo del contratto a causa dell’incapacità di generare introiti da parte dell’impresa o alla riapertura a causa delle difficoltà nella ripresa.

Il dilagare delle forme contrattuali più precarie, che avvantaggiano solo i padroni, sta mettendo a rischio ogni possibilità di sussistenza di chi lavora a chiamata, somministrazione, finte partite IVA, a cui dobbiamo aggiungere i lavoratori autonomi e quelli delle micro-imprese che hanno cessato ogni attività da più di un mese a questa parte.

Anche i lavoratori che beneficiano degli ammortizzatori sociali vivono sulla loro pelle la crisi, subendo in ogni caso una riduzione del reddito ma soprattutto ricevendo con un ritardo enorme ed inaccettabile per pagare spese, affitti e bollette, la cassa integrazione là dove non è stato possibile per i sindacati imporre all’impresa di anticipare il denaro.

Grande assente nel dibattito pubblico con l’eccezione di singole dichiarazioni, è l’enorme quantità di cittadini costretti a ricorrere al lavoro nero: più del 10% dei lavoratori che non beneficiano di alcuna tutela, garanzia o ammortizzatore sociale.

Tutte queste situazioni non sono state create da zero dal virus: il fattore congiunturale dell’epidemia provoca i suoi disastri innestandosi su problematiche strutturali preesistenti, determinate da precise e consapevoli scelte politiche delle quali si è macchiato l’intero arco parlamentare.

Ci riferiamo alle scelte di liberalizzazione del mercato del lavoro: queste scelte, lo abbiamo imparato dal binomio Jobs Act-Buona Scuola, si inseriscono in progetto dal quale la scuola non è immune; la precarizzazione che oggi pesa sui lavoratori è resa possibile dalla costruzione di un modello di scuola, quello renziano, che addestra alla flessibilità, al lavoro gratuito, al mito dell’autoimprenditorialità ed all’accentramento del potere decisionale.

Molti settori produttivi, quelli essenziali, rimangono attivi: qui si presenta un grosso problema sulla sicurezza dei lavoratori. Di base in Italia la sicurezza è all’ultimo posto tra le priorità dei datori di lavoro, i Dispositivi di Protezione Individuale spesso mancano o in ogni caso vengono considerati soltanto uno strumento per evitare multe e sanzioni, una bega burocratica in più. Un atteggiamento criminale che porta allla tragedia delle mille morti sul lavoro che ogni anno si verificano in Italia.

L’impatto che ha avuto sull’epidemia la scarsezza di DPI per i medici dimostra come è ancora più importante un grande investimento sulla sicurezza: tra mascherine e distanziamento sociale, la prevenzione del contagio sui luoghi di lavoro è un fattore imprescindibile per il diritto alla salute di tutte e tutti. 

Durante la pandemia come agli studenti e alle studentesse, anche ai lavoratori che potessero lavorare da casa è stato chiesto di farlo. In alcuni casi le strumentazioni utili riescono ad esserci, in altri no. E sono i dipendenti a dover mettere a disposizione i loro devices alle aziende molto spesso. L’accesso a questo tipo di lavoro è facilitato dal fatto che si lavora tutto su piattaforme che non necessitano necessariamente di devices fissi avendo l’accesso a piattaforme che archiviano tutto on line.

E’ altresì evidente che se alcuni sono riusciti ad avere la strumentazione dal datore di lavoro che già pensava ad una situazione limite di questo tipo, ci sono numerose aziende che con un decreto tempestivo uscito di sabato notte non si sono potute preparare a fornire ad ogni lavoratore tutto il necessario. Lavorare da casa però può avere notevoli limiti, soprattutto se si hanno figli piccoli o se i dispositivi a disposizione devono essere condivisi coi figli per poter seguire le lezioni di didattica a distanza.

Per i lavoratori allo stesso modo che per gli studenti devono essere garantiti i dispositivi elettronici e la connessione ad internet adatta a svolgere questo tipo di attività. Esiste anche tutto un nuovo capitolo di diritti legati alle attività digitali; c’è bisogno di una pausa ogni 15 minuti ogni ora passata ai videoterminali, oltre che la riduzione delle ore di attività, per preservare la salute di tutti; deve essere garantito  a tutti il diritto alla disconnessione: non possiamo essere disponibili ogni ora del giorno e della notte, finite le ore prestabilite dobbiamo avere la possibilità di spegnere il pc, di non rispondere al telefono.

Il sindacato studentesco e quello dei lavoratori devono lottare allo stesso modo in ogni scuola ed in ogni luogo di lavoro per un adeguato svolgimento delle attività online, che non pesi sulle tasche o sulla salute di lavoratori e studenti.

Fase determinante per il lavoro e per la necessaria unità tra studenti sarà quella del post-pandemia. In un Paese già caratterizzato da numerose crisi industriali

si prospetta una crisi economica stimata come peggiore di quella del 2008-2011: fallimento di moltissime aziende, perdita di posti di lavori, costi sociali immensi. Ciò pone due questioni politiche fondamentali: chi pagherà questa crisi? Chi guiderà il Paese nella ricostruzione?

In un Paese dall’impianto liberale la tendenza è sempre di far pagare la crisi ai lavoratori ed all’intero sistema pubblico con tagli e riduzione dei diritti per non intaccare gli interessi dei responsabili della crisi. Lo abbiamo visto con la Legge Gelmini ed i tagli del governo Monti che hanno distrutto la scuola pubblica e massacrato il welfare.

Ma c’è un punto fondamentale che vede come protagonista il nostro peggior nemico: le gestione del privato.

La ripresa viene affidata del tutto ai privati che, oltre a pretendere mano libera su come utilizzare la liquidità fornitagli dallo Stato, impongono i loro dettami anche nel sistema pubblico, in modo da costruire un intero apparato statale che possa far riprendere l’economia secondo le direttrici che più si adeguano ai loro interessi, ovviamente la scuola e la formazione delle nuove generazioni giocano un ruolo chiave.

E’ ciò che abbiamo visto con il renzismo: il binomio Jobs Act-Buona Scuola aveva esattamente questo tipo di ruolo. E’ un attacco trasversale a luoghi del lavoro e luoghi della formazione che si serve della disarticolazione dell’uno per agire sull’altro e viceversa: il Jobs-Act non si sarebbe potuto realizzare sul serio senza la Riforma Renzi-Giannini, così come una riforma neoliberista sulla scuola perderebbe significato se non ci fosse un mercato del lavoro precario per il quale formarsi e al quale svendere la scuola pubblica.

Ma se l’efficacia dell’attacco del capitale sul mondo del lavoro dipende così fortemente dall’efficacia dell’attacco sulla formazione, è ruolo storico (nel vero senso del termine: dal nostro agire dipende materialmente la storia) di studenti e lavoratori far fronte comune e muoversi secondo un’unica strategia per disarticolare il padronato nei due campi di conflitto con un’unica prospettiva di società futura e non frammentare il consenso che va costruito contro la ricetta neoliberista. Il sindacato studentesco e quello dei lavoratori dovranno dialogare, costruire una comune idea di Paese e mobilitarsi insieme.

Studenti e lavoratori devono opporsi ai tagli a spesa pubblica e welfare pretendendo che le spese necessarie non gravino sugli strati subalterni ma che siano finanziate da una differente gestione del debito, da una tassa patrimoniale e dall’attacco fiscale alle grandi multinazionali.

Insieme dobbiamo impedire il ritorno alla normalità. Una guida pubblica della ripresa deve significare un ruolo fondamentale del mondo del lavoro e della formazione nel costruire le linee di indirizzo politiche dell’economia.

Serviranno scuole che mettano in discussione i modelli esistenti, che insegnino ad abbattere sfruttamento e disuguaglianze e preparino ad un mondo del lavoro nel quale i lavoratori e soprattutto i diritti sono al centro di ogni processo produttivo e decisionale.

Documento prodotto dalla Direzione Nazionale dell’Unione degli Studenti.


Nuove crisi stessi nemici!
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